30 Nov 06

Preludio/3

Il seguente pezzo è antecendente all’apertura di questo blog.
 
La vita mobile

La larghissima diffusione dei telefoni cellulari rende ancora più interessanti le novità tecnologiche che vengono sviluppate; gli effetti di un nuovo servizio o sistema possono, infatti, avere ripercussioni a livello globale. È anche questo il caso della near field communications. Questa denominazione, indicata con l’acronimo Nfc, riunisce tecnologie senza fili in grado di inviare diversi tipi di informazioni a breve distanza, come per esempio attraverso le radiofrequenze.

Una prima possibile applicazione è quella tipicamente detta dello smart wallet (o portafoglio digitale), cioè l’uso del cellulare per spese e acquisti. Anche le code per i biglietti di un concerto sono, forse, destinate a finire, semplicemente passando con il telefonino attraverso l’entrata. La tecnologia Nfc è già in presente su alcuni modelli di cellulari in commercio in Giappone; si parla di 14 milioni di utenti nipponici che attualmente utilizzando questa modalità di pagamento. Ma non è solo l’Asia ad aver intrapreso questo percorso. In Germania, la sperimentazione nella città di Hanau permette già dallo scorso anno di salire sui mezzi pubblici accettando la transizione via cellulare, invece che il classico biglietto di carta.

La fase attuale è, dunque, caratterizzata da molti test e studi in grado poi di dirigere il mercato dei cellulari e gli investimenti dell’industria. Anche la Gsm Association – che rappresenta 700 società di telecomunicazione in tutto il mondo – si è impegnata per lo sviluppo di applicazioni che sfruttino questa tecnologia, secondo lo standard definito. Tra le aziende che hanno dichiarato il loro favore si trovano anche Tim, Vodafone, 3 e le francesi Sfr e Orange.

Fonte: Bbc

29 Nov 06

Preludio/2

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Due parole sul BarCamp
 
Flickr::BarCamp Milano 
Il prossimo 2 dicembre persone da tutta Italia si ritroveranno a Torino per discutere di temi legati al mondo della rete e del software libero: si tratta del primo BarCamp in versione piemontese.
Il termine BarCamp indica un tipo di incontro che ha regole molto particolari. Innanzitutto si parla di non-conferenze, cioè eventi senza alcuna scaletta dei relatori e in cui non esiste un pubblico passivo. Tutti i presenti sono, infatti, invitati a partecipare attivamente alla discussione, in modo da evitare i monologhi frontali temuti in ogni parte del mondo. Chiunque può condividere i propri pensieri ed esperienze in modo da alimentare un circolo virtuoso di conoscenza. Perché è questo l’obiettivo del BarCamp: riunire persone e mettere in comune la conoscenza, sia essa una tecnologia oppure un’idea. E di fronte a un dono del sapere scatta inevitabilmente un meccanismo di reciprocità che permette alle idee di circolare.
 
Come si organizza un BarCamp? Pur essendo a tutti gli effetti informale, un BarCamp è un evento e, pertanto, necessita di una solida organizzazione. Tutto parte da un’idea, lanciata su un blog o un sitosi iscrivono, cioè dichiarano la loro approvazione e la volontà di parteciparvi. Attraverso le tecnologie di rete, e in particolare con l’aiuto di un wiki che permette la creazione di un testo in modo collaborativo, le poche persone fino ad ora coinvolte definiscono luogo, giorno e ora. Da questo momento, inizia il passaparola, su internet tramite siti o blog, oppure semplicemente fuori dalla rete con volantinaggio. Ogni persona che si iscrive, è una miniera di idee che si aggiunge, e la forza del BarCamp aumenta esponenzialmente.
 
Il giorno in cui si svolge l’evento prendono così vita le idee che i partecipanti hanno suggerito, e i dibattiti iniziano a prendere forma in modo inatteso. Brevi interventi, molte domande, discussioni che continuano anche al bar all’angolo nella pausa pranzo: non c’è una ricetta unica e ogni BarCamp si evolve a seconda degli ingredienti a disposizione. Alla fine della giornata, si raccolgono i pensieri, si cercano conclusioni, si rielaborano alternative.
 
Nonostante sia chiara l’importanza di eventi informali in grado di generare e far circolare idee, è importante cercare di cogliere i limiti di questa non-conferenza. A Torino sono già iscritte centocinquanta persone: fino a che punto potrà regger il prefisso non? Si riuscirà a creare un ambiente gravido di creatività e a mettere a proprio agio tutti i presenti? L’anima del BarCamp risiede nel processo di creazione e ri-creazione che avviene dalla prima organizzazione fino alla rielaborazione postuma dell’evento e forse, proprio per questo, l’evento in sé assume una dimensione differente.

Allora, ci vediamo a Torino?

 
Link: BarCamp Turin, BzaarCamp Milano

27 Nov 06

Preludio/1

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Come si evolve il web

Quando il web si è diffuso nei primi anni novanta, l’interesse da parte di utenti e aziende è cresciuto rapidamente. Contemporaneamente sono nati gli imponenti portali dedicati sia agli affari che all’informazione, e i siti personali. Milioni di pagine web statiche che venivano aggiornate con poca frequenza, e si trovavano come elefanti di fronte a un mondo in continuo cambiamento, senza riuscire a seguire né tanto meno a gestire la massa delle informazioni.

A fronte degli imponenti investimenti finanziari che sono stati intrapresi nel biennio tra il 1998 e il 2000, una bolla speculativa è presto scoppiata eliminando moltissime aziende che nella rete avevano investito tutto. Ad alimentare la cosiddetta bolla della new economy, è stata la strategia utilizzata dalle aziende che ha visto gli stessi schemi dei mass media applicati all’internet: l’informazione veicolata attraverso i grandi portali come fossero semplici canali televisivi.

Quando l’economia in rete si è risollevata, dopo i primi momenti di timore e di distaccamento delle aziende dal web, la tecnologia ha raggiunto un livello di semplicità tale da permettere a chiunque di aprire e gestire un proprio spazio a costo zero: il blog. La partecipazione e la condivisione delle informazioni diventa, quindi, la regola base di questa nuova concezione della rete. Tim O’Reilly conia – e ne reclama i diritti d’autore – l’espressione Web 2.0 per indicare una nuova versione della rete. Ma l’infrastruttura non cambia, sono le persone e le aziende che iniziano a imparare a usare gli strumenti collaborativi e per questo si inizia a parlare, in modo più appropriato, di web sociale.

Nei giorni attuali, in cui il colosso Google acquista YouTube – un servizio gratuito di condivisione di clip video – per oltre un miliardo e mezzo di dollari, l’ombra di una possibile nuova bolla speculativa sembra farsi avanti. Anche Bill Gates avverte di un fallimento imminente: le aziende continuano a preoccuparsi del traffico internet e del numero di accessi ai propri siti, siamo tornati in una bolla. Robert Scoble, ex dirigente di Microsoft, non è così pessimista e nota maggiore consapevolezza negli affari in rete. Per quanto riguarda, invece, l’aspetto sociale, tutta quella conoscenza nata dal basso, dagli stessi utenti, resterà sicuramente anche se le finanze dovessero, ancora una volta, sgonfiarsi. La domanda che si può sollevare alla luce di questo processo è quindi: cosa accadrà dopo? Il Web 3.0 potrebbe essere l’internet delle cose, cioè ogni oggetto fisico e virtuale sempre connesso alla rete e con cui è possibile interagire in qualsiasi momento.

Link: Web 3.0


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