In pieno periodo festivo, da queste parti si pensa ai cibi per il Capodanno. Non c’è scampo: il pranzo di Natale è per principianti paragonato alla grande C. La mia tradizione prevede inesorabilmente cotechino (o zampone) e lenticchie in grande quantità ma quest’anno aggiungiamo il salmone all’aneto; ovviamente continuano a regnare sovrani frutta secca e dolci in ogni forma. Perciò oggi introduco nel mio involtino dei blog anche il buon Eìo. Il suo post da Panettonista convinto illustra magnificamente i drammi familiari che nascono proprio sotto l’agrifoglio.
A Genova, per esempio, i conflitti sono ancora più aspri: non solo perché i pandori sono più economici ed entrano di diritto nella dispensa, guadagnandosi un posto d’onore come ciofeca più scontata del mese, ma soprattutto perché si aggiungono i pandolci genovesi. In una famiglia di quattro persone, puntualmente, le preferenze sono sempre divergenti. Fondamentalisti, esatto. Non più solo pandoro e panettone, ma il pandolce. Non contento di essere fonte di screzi, il pandolce ha due ramificazioni: il pandolce basso e il pandolce alto. Il primo è quello genovese doc, per i duri e puri, mentre la versione alta lievitata dicono sia una ricetta più antica. Le lotte intestine qui in Genova puntano soprattutto sull’altezza del pandolce, le cui caratteristiche sensoriali sono: sapore di burro (altrimenti non è un prodotto valido), presenza di canditi e uvetta in quantità industriale (se si vede troppa pasta tra i canditi, non è un buon pandolce), e per finire una spolverata abbondante di pinoli e anice. Se si segue la tradizione “basso è bello”, il pandolce deve anche sbriciolarsi in bocconcini deliziosi morbidi e uniformi, senza diventare polvere. La versione alta invece si taglia come si taglierebbe un panettone. Come dite, voi attaccate il panettone direttamente a morsi?
Dopo questa premessa, un filo fondamentalista, spezzo una lancia a favore del pandoro che si presenta un po’ come una tela bianca. Come anticipavo qualche giorno fa, ecco la mia personale interpretazione dell’opera.

Prima crema:
(grazie alla mamma di Kurai)
1 torrone classico (sì, l’arma impropria da denunciarne il possesso alle autorità)
½ confezione di mascarpone (quindi, 125 g)
Tagliate a cubetti il torrone (auguri) e mettete nel frullatore con il mascarpone. Will it blend? Eventualmente allungate con un cucchiaio di panna da montare.
Seconda crema:
(grazie a Patt, Cuochi di Carta)
¼ litro di latte
2 rossi d’uovo
1 buccia d’arancia
½ bacca di vaniglia
1 cucchiaio di farina di mandorle
1 e ½ cucchiaio di farina bianca
1 e ½ cucchiaio di zucchero
½ cucchiaio di zucchero vanigliato
Diciamo che ho seguito, più o meno, la ricetta di Patt, quindi per i passi da seguire andate qui. Ho aggiunto anche delle gocce di cioccolato a fine cottura nella crema, così, perché l’avevo in casa. Ah sì, e una stecca di cannella insieme alla vaniglia.
Composizione:
A questo punto, tagliando fettine da 2 centimetri abbondanti di pandoro sdraiato, ho iniziato a spalmare in modo alternato le due creme. Torrone, vaniglia, torrone, vaniglia, torrone, vaniglia, torrone. Rigorosamente alternando le punte del pandoro a forma di stella. E a questo punto una pioggia di canditi su tutto il pandoro! Ma la parte più divertente è la glassa al cioccolato (già pronta perché qui siamo dilettanti). Ecco fatto! Domani preparerò un’altra torretta per Capodanno, tanto per non perdere l’abitudine, chissà che non si riesca a valorizzare il pandoro così nudo e poverello. Da queste parte questa ricetta e le sue varianti torneranno utili fino a febbraio, quando le scorte di pandori 3x2 saranno esaurite.