Ci sono tre registi che per me sono intoccabili. Li chiamo la Trinità, e i miei giudizi sulle loro opere sono tutt’altro che obiettivi. Qualsiasi loro film è, per me, un capolavoro. Alcuni più di altri, ma sempre a livelli di eccellenza. Sono registi geniali, che riescono a raccontarmi storie in modo unico, ognuno con il proprio linguaggio, con le proprie visioni e i propri sogni. Li amo perché sanno come parlare con me.
Night M. Shyamalan fa parte della mia Trinità.
Fatta questa doverosa premessa, giusto due parole sul film migliore della stagione, The happening, orrendamente tradotto nell’italianissimo E venne il giorno. Come dice il grande Kekkoz, faceva proprio schifo lasciarlo in originale?
Probabilmente è il miglior film di Shyamalan, il più completo, il più cattivo, il più umano e il meno sovrannaturale. Una regia impeccabile, che già dalla prima sequenza ti dice tutto, perché non c’è spazio per i colpi di scena, serve una riflessione. «Datemi un minuto per riflettere», urla il protagonista. E Shyamalan ti fa riflettere, raccontandoti che questa storia, coinvolge tutti, nessuno escluso, e che per troppo tempo si è scelto di ignorare, o peggio, si è scelta una risposta. A un quesito più grande.
Non si tratta di dio. Dio è assente in questo film, a differenza della parabola sulla fede che ci ha proposto con The Signs. Non c’è dio che ti possa sentire, non c’è speranza che ti possa dare sollievo.
Un film sull’aria, sulla natura, ma più di ogni altra cosa è un film sulle presunzioni e l’infinita stupidità dell’uomo.
Tutto questo solo per quanto riguarda la storia, la parte meno interessante del film. Sono le inquadrature, le scene, le citazioni che passano in tutta scioltezza da Gus Van Sant a George Romero, da Stanley Kubrick a Alfred Hitchcock. Una goduria per gli occhi e per il cuore.
L’ho detto che sono di parte? sì? questo però non c’entra ora. Perché il film è bellissimo lo stesso.
(Foto dogghhh)